SALVATORE - Una di quelle sere che non vorresti uscir
di casa dal freddo, una di quelle notti di febbraio buie e meste che
mettono malinconia nel cuore, che incutono paura nel domani e
incertezze perfino nell’oggi.
Una di quelle sere incontro Salvatore,
questo è il suo nome italiano, anche se in realtà è polacco, poco
più di trent’anni, da più di dieci in giro per l’Europa, con un
passato già lungo e travagliato, dagli anni del lavoro in Olanda
all’avventura nella Legion Etrangère.
Una di quelle sere mi sono trovato a
chiacchierare in inglese di fronte alla stazione di Foggia, mi son
trovato anch’io straniero nella mia città, forestiero tra i
forestieri.
Salvatore da qualche settimana non lavora
più, ha perso così la casa che, mi dice, era bella e con tutte le
comodità, a Manfredonia. Lavorava nei campi, da quando dalla
Germania, passando per Roma, ha scelto la Capitanata per dare un
futuro a suo figlio di sei anni che sta in Polonia coi
nonni.
“Ah, l’Italia! Bella! Ma quando i padroni
non pagano, dopo che hai lavorato duro dall’alba al tramonto,
vorresti mandare tutti a quel paese!” Ah, l’Italia, terra di santi,
poeti, navigatori, brava gente, ed “onesti” datori di lavoro che,
prima sfruttano un immigrato dieci ore al giorno sotto il sole
cocente dell’estate, e poi lo liquidano senza un centesimo, con la
beffa della minaccia della denuncia ai carabinieri. Perché in Italia
essere clandestino è un delitto, da perseguire con tenacia e
indifferenza, non retribuire chi lavora pare un diritto civico,
un’optional, una scelta discrezionale quasi.
Ma Salvatore sorride, è contento stasera:
ha trovato qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, perché
qui a Foggia, mi dice ridendo, nessuno sa l’inglese, e così nessuno
lo capisce quando parla, nessuno lo pensa, soprattutto, mi confida
più amaramente.
Da un
po’ vive anche lui per strada come tanti, mangia alla mensa della
Caritas, cerca lavoro in città senza riuscirci. Non gli piace questa
vita, ma che fare? Tornare in Polonia? E che dire a suo figlio, che
dire ai nonni?
Salvatore sopporta tutto con una forza
che non so se io sarei mai in grado di possedere, aiutando anche
chi, mi racconta, sta veramente male: più giovane, più debole, più
stanco, più soggetto allo scoramento e
all’alcol.
Una di quelle sere che non vorresti più
tornare a casa, è stata. Una di quelle sere che ti fanno trovare un
amico, una sera come poche, quella sera di
febbraio.