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IVAN - “Yushenko, Yushenko”… Ho ancora in mente le urla sentite in TV della Piazza di Kiev, quando Ivan mi chiede di sedermi accanto a lui su una fredda e spoglia panchina di marmo.

Non gli interessa la politica, ha cose ben più importanti per la testa!

Ha il portafogli vuoto, me lo mostra con tristezza. Dentro, un’agendina con tanti numeri e nomi, una vecchia scheda telefonica e l’icona di una Madonna bizantina. “Io non posso vivere così” mi dice con uno sguardo fisso verso la stazione, “vivendo per strada, senza lavoro, senza nessuno!”.

Ivan ha quasi quarant’anni, ma dal suo paese manca dal 1989, per tutti l’anno del muro di Berlino, ma per lui l’anno della partenza dal suo piccolo paese dell’Unione Sovietica, verso l’Europa, il sogno di una vita migliore, più ricca, più felice. A casa, con i nonni, ha lasciato due figli, un ragazzo di 16 e una ragazza di 18 anni, qui, in Italia, aveva sua moglie, ma questa l’ha lasciato appena qualche giorno fa.

Lavorava, aveva una casa, faceva l’operaio nei cantieri, ma ormai da 4 mesi non lavora più. Non ha trovato niente per vivere decentemente in questa terra che poco offre a chi ha bisogno, solo un pasto caldo alla Caritas ed un posto tra i vagoni abbandonati. Lui che, mi dice, ha fatto il militare in Germania, non era mai andato a mangiare alle mense dei poveri, era sempre riuscito a vivere dignitosamente col lavoro delle sue braccia, col sudore della sua fronte.

Mi chiede in prestito il telefono per fare uno squillo ed essere richiamato: ha venduto il suo e così ha perso anche i contatti con l’Ucraina e i pochi amici migranti come lui, cosicché oggi si trova solo e clandestino lontano chilometri dagli affetti e sconvolto da una vita andata a rotoli.

Gli occhi grigi ogni tanto incrociano i miei, dicono di rabbia e di rassegnazione insieme. Sostiene che nessuno può aiutarlo, perché lui è uomo, e l’uomo deve andare avanti da solo.

Per questo sua moglie l’ha lasciato: troppa la dignità, troppa la voglia di farcela da solo, troppe le difficoltà incontrate e insuperabili. Teme di non esserci domani, mi sussurra che tante volte ha pensato di farla finita, ed anzi che se fosse stato italiano si sarebbe già ucciso.

Ma lui è ucraino. Un ucraino, un uomo, non si uccide, lotta, solo contro il mondo, anche se ha per tetto il cielo e per sogno un lavoro da carpentiere.

E mi ritorna in mente la folla “Yushenko, Yushenko”.

Gli si illuminano ancora gli occhi parlando del futuro: “chissà se ci saremo, se Dio vorrà, è Lui che decide!”. Mi lascia un insegnamento che mai dimenticherò: “ho sempre detto la verità, per questo sto così, ma tu che sei giovane, dì sempre la verità, sempre…”

Ivan mi saluta, e la sua esile figura si allontana nella notte, sotto i portici vicino i taxi, e a me rimbomba in mente una frase: “dì sempre la verità, sempre…”

 

Claudio

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