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BORIS - Si avvicina a me e mi chiede: “E se io fossi un killer mi daresti lo stesso il latte?”. Il suo nome è Boris e si presenta in questo modo poco ortodosso. Ci tiene subito a dirmi che è bulgaro, ma non uno zingaro, lui è Bulgaro Bulgaro come non ne ha incontrati a Foggia; il suo parlare è incerto un po’ perché straniero un po’ per l’alcool ma la sua mente è lucida. Vive in Italia da circa quattro anni, in Bulgaria ha frequentato tre anni di università; a Milano ha lavorato in nero come tornitore addetto alle macchine a controllo numerico, penso subito “un metalmeccanico, come me!”. Aveva una casa, una macchina e , anche se non in regola con i documenti, riusciva a vivere una vita dignitosa e a mandare soldi a casa fin quando non è stato mandato via. A casa, ma cosa c’è a casa per Boris? Non ne parla con facilità, mi dice che ha rotto con la moglie, che non ha figli, che con il padre non va molto d’accordo e poco altro, gli si illuminano gli occhi solo quando parla di Sòfia, la sua città.Mi parla del “sistema” come lo chiama lui, dice che suo padre è stato un oppositore al regime comunista e per questo ha avuto problemi con la “milizia”, ma poi si affretta a dire che adesso le cose non sono cambiate poi molto, “il lupo ha cambiato solo il pelo”, il passaggio dal regime all’economia di mercato per lui non ha dato modo al “sistema” di adeguarsi, gli è stato detto di aspettare e che ci sarebbe voluto del tempo, ma Boris aspetta già da 15 anni. Ad un certo punto mi mostra il suo passaporto, dice che non lo mostra a nessuno ma per me fa un eccezione: ha 42 anni e quasi sottovoce dice che ha una figlia di sette anni che non vede perché non ha il permesso della ex moglie; il suo sguardo si fa triste, io vorrei dirgli di non pensarci e cercare di andare avanti ma mi rendo conto che direi una cosa senza senso. Subito cambia discorso, mi racconta di quando ha lavorato a Bolzano, a Cesena e poi mi dice che è venuto a Foggia per la campagna del pomodoro… ma per due euro l’ora lui, tornitore spe - cializzato, si sente umiliato. Mi faccio coraggio e gli offro di provare a vendere il nostro giornale, Boris sembra interessato, fa domande e dice che per lui non è un problema provare, il problema sarebbe rubare; mentre aspettiamo che ci portino i suoi giornali ci si avvicina un ragazzo che li ha già e, con l’abilità di noi ragazzi di irrompere a passo di carica dove gli angeli esitano ad entrare, comincia a chiedere a Boris dove ha lavorato eccetera, eccetera; al ché, forse mosso da orgoglio o da chi sa cosa, Boris dice che non può vendere i giornali come le patate, non lo sa fare, non è il suo lavoro. Ci pensa e ci ripensa poi mi dice che vuole pensarci con la mente lucida, che ha bevuto troppo ma comunque tiene con sé i giornali. Boris, Boris è un metalmeccanico proprio come me, lontano da casa per le sfortune della vita, lontano dalla famiglia, dagli affetti, dalla sua terra ma non dalla dignità di un uomo che sa di valere più di quanto la vita lo ripaghi.

 

Lorenzo

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