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CORRE BENAI SAYE, VIA DALLA VIOLENZA E DALLA MISERIA - Corre Benai Saye, corre e salta. Salta i fossati, salta le pozzanghere, salta sui morti. Fugge Benai Saye. Fugge, prima dalla violenza e, poi, dalla miseria. Yopongon è la sua terra, in Costa d'Avorio. E' l'Africa occidentale ed è calda. Riscaldata delle raffiche di mitra, dai colpi sparati dai bambini soldati. E'una guerra civile. E' la guerra degli altri.Un giorno, c'era tanto sole nella sua città. Era splendida la sua casa piena di luce. Quella casa, l'ultimo dell'anno del 1988, lo abbracciò e lo tenne stretto. Cresce Benai, cresce e gioca con i suoi due fratelli con la sua sorellina. Si diverte Benai, con i sui coetanei rincorre il vento, odora la pioggia, strappa e mangia l'erba dei campi. In una notte d'inverno, lo incontro. Fuori è freddo ed il vento ci taglia la faccia. Beviamo un bicchiere di latte caldo con tanto zucchero. Benai non parla. Gli occhi si inumidiscono. Gli tremano le mani. La parola si strozza in gola. Si accascia sulla sedia, il suo fragile ed esile corpo. Si ferma. Gli occhi rincorrono il suo pensiero. Lo sguardo è fisso, immobile. Il respiro diventa più regolare e mi fa cenno di disponibilità. Parla della sua montagna, quella di Yopongon. Parla con gli alberi con i sassi con la sua terra. Dialoga con altre montagne con le arse praterie africane con le secche nuvole. Ed ancora, silenzio. Mi dice che sta ascoltando. Parla con il suo vento e manda un messaggio al fratello, alla mamma, al padre, ai suoi amici ed ai morti della sua terra. Dal suo corpo, emergono emozioni forti. Il volto diventa teso, imbianchisce. Aspetto, aspetto i suoi tempi. Dopo un po', il silenzio è rotto dai passi lenti di un cane, che si avvicina e striscia le gambe di Benai. E' un cane randagio, che ha mangiato gli avanzi di Benai. Si allenta il contatto oculare. Benai "Non c'era spazio per sedersi. Il viaggio è durato due notti. Avevo sete e fame, ma non avevo né da bere né da mangiare. Stavo male, molto male. Quando siamo arrivati nelle acque siciliane, stavamo tutti male. Un uomo, ci disse che ci dovevamo buttare nell'acqua. Ci fu una lotta con i grandi fratelli del mare. Si gridava, ci fu tanta paura. Ci spinsero in mare. L'acqua era fredda. Dopo un po' non ho sentito più le voci dei grandi fratelli. Ho chiuso gli occhi e nuotavo. Mi dicevo, di resistere, di non morire." Corre Benai, nuota e pensa di correre con il vento nella sua terra africana. Nuota, nuota Benai. Pensa e nuota, Benai non può morire. Lo trovarono in fin di vita sulla spiaggia alcune ore dopo. Benai si sveglia in ospedale e pensa all'odore della sua casa, ai lunghi racconti di suo padre, al suo nonno guerriero forte e molto alto, alla mamma così lontana, ma sempre con lui, aggrappata alla sua vita. Passano dei giorni, calmi e vuoti. Arrivano delle persone, ma Benai non si spaventa. Per sopravvivere, pensava di essere un guerriero come suo nonno. Lo accompagnarono in un centro di permanenza territoriale pieno di gente. Dopo alcuni giorni, gli dissero che quella notte in mare morirono diversi compagni ed anche tante donne. Pianse il guerriero Benai, pianse. Dal profondo dell'anima, una voce li diede forza e coraggio, quello giusto per fuggire. Scappa dal centro di permanenza territoriale per correre. Corre Benai Saye, corre e si nasconde. Benai corre sulle strade dell'Italia cristiana, corre e cerca. Cerca un posto per vivere, cerca la speranza, cerca un po' di amore cristiano nella ricca Europa.

 

Matteo Notarangelo 

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