La nostra esperienza può diventare anche la
tua…
ANCHE TU PUOI FARLO!
Il sito dei Fratelli della
Stazione non è nato per mostrare al mondo la nostra piccola e modesta opera, ma
funziona come un invito, magari complesso ed articolato, a far parte del nostro
gruppo e della più ampia famiglia dei gruppi che operano la carità
cristiana.
Chi vi scrive (…di cui non
saprete mai il nome!
) è entrato a far parte dei Fratelli due anni fa, mosso più dalla
curiosità che da altro, ed anzi col malcelato intento di “provare” ed andar via
se l’impegno si fosse rivelato troppo gravoso.
Sono trascorsi quasi due anni da
quel freddo martedì di gennaio, e sono sempre più convinto che è mio dovere
spingere altri alla curiosità, perché tutti possano godere dell’opportunità che
a me è stata concessa.
Nel sito potrete ben conoscere la
storia del gruppo e le nostre attività, ma temo non traspaia del tutto la
bellezza del servizio: non è da tutti i giorni, infatti, trovare persone che ti
ringraziano per una stretta di mano, che quando ti salutano fuori dalla
stazione, pare sia stato il momento più bello della loro giornata (forse lo è,
ahimè!). Il cammino spirituale e formativo, poi, ci consente di operare al
carità al meglio, pieni della parola del Padre e ricchi dei suoi
insegnamenti.
Nessuno ha l’esclusiva di Dio,
nessuno ha l’esclusiva della solidarietà, ma chi si avvicina alle cose del
Signore tramite gesti semplici, come quello di fare parte dei Fratelli della
Stazione, ha, secondo me, maggiori opportunità di far entrare nel proprio cuore
la parola di Gesù, dato che, come ci dice San Paolo, tre cose rimarranno, la
fede, la speranza e la carità, ma di queste la più importante è di sicuro la
Carità.
Carità vuol dire amore, ed amore
nei confronti innanzitutto dei più piccoli, dei più
poveri.
La povertà nella nostra società è
spesso vista come un fenomeno negativo, una sventura che si abbatte su chi in
fondo se lo merita, o se lo va a cercare, ma soprattutto sono visti in cattiva
luce i poveri: ubriaconi, molestatori, clandestini. Solo un’esperienza diretta,
“sul campo” ci può consentire di abbattere questi tremendi luoghi comuni, colmi
di superbia e supponenza. Il razzismo, ultimo baluardo della paura, svanisce
dinanzi agli occhi sconsolati del ragazzo che vive migliaia di chilometri
lontano da casa, ed il timore del diverso diventa compassione per chi apre la
porta del proprio cuore al Signore.
I barboni, i senza fissa dimora,
sono uomini come noi, anzi molto più liberi delle nostre ipocrisie e
dall’attaccamento alle cose materiali, e sono tali perché esclusi dalla loro
famiglia, dai loro amici. Li si chiama oggi “clochards”, con un termine
sicuramente elegante, ma che tende, come spesso si fa quando si parla di cose
scomode, a porre un velo di romanzesco sulla vita dei poveri che stentano spesso
a mettere insieme il pranzo con la cena.
Gli immigrati li si chiama,
invece, extra-comunitari, volendo con tale termine esprimere più che uno status
giuridico un vero e proprio status sociale. La comunità da cui queste persone
sono fuori, è, sì la Comunità Economica Europea, ma secondo la mia impressione,
la comunità cristiana, la comunità della nostra città, incapace di mostrare
umanità per chi vive lontano dalla propria terra limitandosi al massimo al
pietismo, sempre che non prenda il sopravvento il populismo qualunquista che si
erge a paladino contro lo “straniero”.
Ci sono tanti modi di aiutare il
prossimo, e tante sono le persone e le associazioni che dedicano parte delle
proprie risorse fisiche, mentali, magari economiche, per aiutare chi più ha
bisogno (penso alla Caritas, all’U.A.L., all’OMG, etc…). Se non fate parte però
di queste categorie, né avete intenzione di “sporcarvi le mani”, iniziate ad
essere volontari per i vostri prossimi, i vostri figli, amici, genitori,
parenti, vicini di casa, compagni di scuola o di lavoro. Scoprirete che c’è
davvero “più gioia nel dare che nel ricevere”, e magari un giorno, quando vi
proporranno di entrare a far parte di un gruppo di volontariato, non
risponderete, come ha fatto il sottoscritto, per anni, di non avere tempo, ma
inizierete a pensare di poter sottrarre due ore di TV alla settimana per fare
qualcosa di buono per Dio.
Madre Teresa diceva che noi siamo matite di Dio, vediamo di abbandonarci, quindi, alla sua dolce scrittura ed assistiamo increduli al magnifico disegno che Egli ha preparato per noi!
Fratello della Stazione