STRANIERI: UN CAMBIAMENTO ANTICO
Non più di cinquant’anni fa, dalle nostre stazioni partivano migliaia di italiani, soprattutto meridionali, ma anche del Centro Italia, del Nord-Est, verso mete lontane, l’America, la Germania, l’Australia, ancora con le valigie di cartone, ricchi di speranza e nulla più.
Quanti
nostri parenti o conoscenti, in quegli anni, hanno lasciato il proprio paese
natio, i propri affetti, la famiglia, gli amici, per cercare un lavoro dignitoso
nelle fabbriche del Nord-Ovest o all’estero?
E quanti
di noi sanno di storie di razzismo, di intolleranza più o meno velata, di
pregiudizi atavici e nuovi sfottò?
Non è
retorica, la melensa retorica del “partono i bastimenti”, è la triste, cruda
verità di rapporti familiari spezzati, di umiliazioni, di fatiche di minatori,
operai, muratori. Sono i loro racconti, le loro esperienze a mostrarci una
Italia differente, sfruttata, umile, orgogliosa.
Oggi di
quest’Italia se ne perde traccia, quasi sepolta dalla nuova ricchezza sfrontata
di molti, e dal timore di far sentire la voce della tolleranza, di molti di
più.
I
rumeni, i bulgari, i polacchi, i liberiani sono i nuovi popoli che scappano alla
ricerca dell’”America”, in Italia, facendo i lavori più umili, dormendo nelle
stazioni ferroviarie, nei vagoni abbandonati, i più fortunati in casolari di
campagna o in quartieri-ghetto, fuori dalla vista dei
più.
Sono
trasparenti, dei fantasmi della città, che appaiono agli occhi nostri, bendati
da una mano consumistica e indaffarata, solo ai tragici episodi di cronaca nera:
rapine, accoltellamenti, morti per il freddo, sbarchi di
clandestini.
E c’è
sempre qualche voce benpensante che si leva accusando lo straniero di ogni male,
innescando una tacita guerra agli untori, tacciando di anti-tutto (italiano,
cristiano, occidentale, americano) chi prova a difendere i diritti dei più
deboli, nel nostro paese e all’estero, richiedenti asilo e bimbi
affamati.
L’Italia
migrante sta silente: vive quasi come una vergogna la vita dura ed onesta dei
parenti e degli antenati, specialmente di chi non ce l’ha fatta, non è diventato
governatore di New York, grande imprenditore, semplicemente non si è fatto una
famiglia, sopraffatto dalle sventure e dalla
solitudine.
Leggevo,
tempi addietro, per motivi di studio, che i Romani segnarono una svolta nella
loro civiltà con l’istituzione del “pretor peregrinus” e l’estensione ai non
Romani dei diritti di cittadinanza.
Pretendere una svolta nella nostra civiltà forse sarebbe troppo,
ma una domanda agli amministratori di ogni colore politico e di ogni fede
religiosa sorge naturale: che fine ha fatto l’idea del voto agli
immigrati?
Cosa
fare per impedire che il fenomeno dell’immigrazione esploda in uno scontro di
civiltà? Quali misure per l’integrazione?
Sono
domande retoriche, lo so, ma noi, comunità cristiana, fondata sui valori del
Vangelo, non possiamo davvero far nulla per aiutare i poveri, gli emarginati, i
forestieri?
Pensiamoci. Non sempre i cambiamenti piovono dall’alto, talvolta è la gente, quella normale, quella dell’immigrazione in America, del lavoro, delle parrocchie, a cambiare il mondo. Starò esagerando? Non credo.
Madre
Teresa non era a capo dell’ONU, né era stata scelta dai grandi elettori degli
USA, era solo una piccola donna raccolta in preghiera e dedita alla carità, che
viveva in povero paese a migliaia di chilometri dai centri del potere, con nel
cuore un solo precetto: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta
la tua anima e con tutta la tua mente […] Amerai il tuo prossimo come te
stesso.» (Mt 22,37,39).
E non
venitemi a dire che non ha cambiato il mondo…
Fratelli della Stazione