PER CHI VIENE NATALE

Iniziato l’avvento, inizia il tempo di Natale, del frastuono in famiglia, dei cenoni (magari più magri degli altri anni), del presepio, e del “siamo tutti più buoni”. Ma Filomena, che dorme in strada piena di buste, che siamo a dicembre neanche lo sa, intuisce solo l’avvicinarsi delle feste quando al Corso si accendono le luminarie, si intensifica lo shopping, e pure l’elemosina risente in positivo della tredicesima.

Vaglielo a dire ad Hamed, che avuto un cappotto nuovo ed è l’uomo più felice del mondo, che fra qualche giorno nasce Gesù per tutti, soprattutto per i più poveri. La ripercussione più forte per lui delle vacanze natalizie sarà non vedere per quindici giorni i ragazzi che scendono dall’autobus per andare a scuola, con cui scambia due parole la mattina, cui dice se l’autobus è passato, quando passa il prossimo, e così via.

Cosimo, 18 anni, rumeno, invece a Natale non lavorerà. Nel cantiere dove fa il carpentiere sempre rigorosamente in nero, in quei giorni il lavoro si ferma, e con lui la minima paga settimanale.

In questi giorni, però, la comunità dei Cristiani si mobilita: cene per i poveri, pranzi per i poveri, cene, pranzi, cene, pranzi. E basta.

Tutti si sentono soddisfatti, direi natalizi, nel dare un piatto di pasta caldo a chi lo chiede. Basta che non lo si faccia la sera del 31 dicembre, perché ci sarà la festa con gli amici, la riunione con i parenti, il discorso del Presidente della Repubblica, il panettone, lo spumante.

Non c’è posto per Filomena quella sera, ma neanche un altro giorno, passato il Natale. Così Filomena tornerà a chiedere gli spiccioli per la strada, Cosimo a rischiare la vita per quattro soldi, e tutti noi, raccolti nel nuovo cappotto firmato, a guardare dritto sulla nostra strada, al lavoro, a scuola, al pub, in chiesa.

Chi vi scrive è parte di questo sistema un po’ ipocrita che guida la nostra vita, che magari inconsapevolmente, ci porta a preferire il ricco al povero, chi veste bene al “pezzente”, l’altolocato al popolare. Ma, non potendo rimanere fissi a commiserare i nostri limiti, credo dobbiamo tutti “sporcarci le mani” per dare una mano a chi soffre, anche i giorni di festa, anche soprattutto tutti i giorni dell’anno, nei grigi inverni e nelle calde primavere.

Come Fratelli della Stazione stiamo cercando di superare i nostri limiti, la nostra mentalità “occidentale”, immedesimandoci nella vita di chi non ha agi, ma soprattutto manca di considerazione, affetto, stima.

Il sito che state visitando vuole proprio invitarvi a venire con noi in stazione per rendervi conto delle realtà nascoste che esistono in una città europea come Foggia, nell’oscurità della miseria, nella dignità della migrazione. Avrete certamente notato il cambiamento della veste grafica, necessario per offrirvi un sito più accessibile e gradevole ed offrire, al contempo, più ampio spazio ai poveri, alle loro storie, alle loro necessità. La loro parola darà spazio alla loro voce, al loro essere persone, alla loro dignità di uomo. Ascoltiamoli, e nessuno sarà più in terra straniera!

I colori della grafica sono il bianco e l’azzurro, i colori di Madre Teresa, i colori del candore e di Maria. Vuole essere uno sprono a prendere esempio da chi ha dato la vita per il Padre e i fratelli, ognuno con le proprie piccolezze, nel proprio ambiente di lavoro, in famiglia, tra gli amici, ricordando che la povertà non è una colpa, ma una condizione, la ricchezza non un pregio ma uno strumento da utilizzare per fare il bene, la nostra vita una fragile matita nelle mani di Dio.

Fratelli della Stazione