La carità di Cristo verso i migranti

 

Nello svolgere la nostra opera di carità, giornalmente, le persone che più incontriamo e che più ci manifestano i propri bisogni materiali e non solo, sono stranieri, che, lontani da ogni affetto e spesso in condizioni di elevata indigenza, si ritrovano all’affannosa ricerca di un lavoro e di un aiuto, un sostegno anche morale. Tuttavia, proprio nei confronti dei migranti si manifesta, in alcuni, un atteggiamento di ostilità, che se non è propriamente razzista, è certamente collegato alla visione dello straniero come “altro” da noi, come un “intruso” nella nostra società.

I problemi di queste persone sono spesso legate alla burocrazia della nostra Pubblica Amministrazione che spesso non riesce (o forse non può) ad essere elastica nell’applicazione delle rigide norme legali. A questo si collega il citato atteggiamento di distacco da parte dell’uomo comune, e tutto ciò contribuisce ad ingenerare nel migrante la sensazione di non essere il benvenuto, di non essere il prossimo che Gesù ci dice di amare.

Noi tentiamo faticosamente di svolgere un ruolo di “trade union” tra la comunità cristiana italiana ed i migranti, cercando di far mutare nei migranti e nei cittadini italiani la visione che gli uni hanno degli altri, applicando le semplici parole del vangelo: “Ero forestiero e mi avete accolto”.

I padri scalabriniani svolgono questo ruolo in tutto il mondo, ed anche in Italia, ma da qualche giorno anche la Chiesa si è nuovamente (il primo documento risale al 1952, la lettera apostolica di Pio XII “Exules Familia”) espressa chiaramente (se ancora ce n’era bisogno) sul dovere dell’accoglienza per il cristiano, con l’istruzione “Erga migrantes caritas Christi”, di cui qui riportiamo un interessante stralcio, chiedendovi di leggerla (è presente nella versione integrale nella nostra sezione “Biblioteca”) e soprattutto di collaborare a metterla in pratica, sempre e dovunque.

 

Fratelli della Stazione

 

Migrazioni internazionali

“Il sempre più vasto fenomeno migratorio costituisce, oggi, una importante componente di quella interdipendenza crescente fra gli Stati-Nazione che concorre a definire l'evento della globalizzazione, la quale tuttavia ha aperto i mercati ma non le frontiere, ha abbattuto i confini per la libera circolazione dell'informazione e dei capitali, ma non nella stessa misura quelli per la libera circolazione delle persone. Nessuno Stato sfugge comunque alle conseguenze di una qualche forma di migrazione, che è spesso fortemente collegata a fattori negativi, quali il cambiamento demografico in atto nei Paesi di prima industrializzazione, l'aumento delle ineguaglianze tra Nord e Sud del mondo, l'esistenza negli scambi internazionali di barriere protezionistiche che non consentono ai Paesi emergenti di collocare i propri prodotti, a condizioni competitive, sui mercati dei Paesi occidentali, ed infine la proliferazione di conflitti e guerre civili. Tutte queste realtà continueranno a costituire, anche per gli anni a venire, altrettanti fattori di spinta e di espansione dei flussi migratori (cfr. EEu 87, 115 e PaG 67), anche se l'irrompere sulla scena internazionale del terrorismo provocherà reazioni, per ragioni di sicurezza, le quali ostacoleranno il movimento dei migranti, protesi verso il sogno di trovare lavoro e sicurezza nei Paesi del cosiddetto benessere, e che d'altra parte richiedono mano d'opera.

Non sorprende dunque che i flussi migratori abbiano comportato e comportino innumerevoli disagi e sofferenze per i migranti anche se, specialmente nella storia più recente e in determinate circostanze, essi erano spesso incoraggiati e favoriti per incrementare lo sviluppo economico sia del Paese ospite che di quello di origine (grazie soprattutto alle rimesse finanziarie degli emigrati). Molte Nazioni, infatti, non sarebbero tali quali sono oggi senza l'apporto ricevuto da milioni di immigrati.

Particolarmente colpita, nella sofferenza, è l'emigrazione dei nuclei familiari e quella femminile, diventata, quest'ultima, sempre più consistente. Contrattate sovente come lavoratrici non qualificate (domestiche) e impiegate nel lavoro sommerso, le donne sono private, spesso, dei più elementari diritti umani e sindacali, quando non cadono vittime addirittura del triste fenomeno noto come “traffico umano”, che ormai non risparmia neppure i bambini. E' un nuovo capitolo della schiavitù.

Anche senza giungere a tali estremi, va ribadito che i lavoratori stranieri non sono da considerarsi una merce o una mera forza lavoro, e non devono quindi essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante gode, cioè, di diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati in ogni caso. Il contributo dei migranti all'economia del Paese che li ospita è legato poi alla possibilità di usare, nel loro operare, la propria intelligenza e abilità. …”

 

Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti